NOI CHE LA PESTE... IL DECAMERONE - TDA TEATRO VARESE

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Un Boccaccio inedito? Sicuramente no!
Come è possibile avere ancora aspetti inesplorati di uno dei nostri maggiori autori?
Tuttavia, senza nulla aggiungere a quanto su di lui è stato detto e scritto, qualcosa di nuovo la possiamo suggerire.
Boccaccio fu il primo a contestare apertamente il potere del clero, il primo a essere consapevole dei danni provocati dall’integralismo cattolico.
Storture, ingiustizie, repressioni, inutili quanto dannose.
La Natura, fondamento della sua contestazione, fu il suo parametro di giudizio.
Boccaccio discute di uomini e donne, non più come dovrebbero essere in base alle virtù raccomandate dalla Chiesa, bensì riguardo a parametri di moderazione e di sano buon senso.
Non troviamo nella sua opera il dramma della Commedia di Dante, bensì la derisione e lo scherno che colpiscono gli avidi, i creduloni, i superbi e soprattutto chi vuol beffare senza avere i numeri per farlo.
Nella ricerca di una morale fondata su parametri soltanto umani consiste l’umanesimo di Boccaccio e la sua sicurezza di contestatore della Chiesa, laddove altri, come Petrarca, troppo coinvolti nella struttura, stagnano nel dubbio.
Ritirato nella sua Certaldo Boccaccio vive una solitudine popolata dai personaggi delle sue novelle e con loro rievoca la compassione, la beffa e il riso, ovvero le armi più adatte a scongiurare la paura nata dalla “grande peste”, quella peste che sconvolse un continente e cambiò per sempre il modo di rapportarsi con Sorella Morte.
Fu allora che nacque il rifiuto della morte, ma per contrasto nacque anche la gioia di vivere, l’attaccamento alla vita.
Malattia, questa che continua a coinvolgere anche noi.
Roberto Aielli
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